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A tavola con uno chef | Benedetto Alessandro Di Santo e il valore del silenzio

  • Immagine del redattore: Roberto De Pascale
    Roberto De Pascale
  • 5 giu
  • Tempo di lettura: 2 min

Prima del servizio non ci sono piatti da impiattare né ospiti da accogliere. C'è un momento di quiete che per Benedetto Alessandro Di Santo rappresenta l'inizio di tutto.

Entrare nella cucina di uno chef significa spesso aspettarsi racconti di tecnica, ingredienti e piatti.

Durante la conversazione con Benedetto Alessandro Di Santo, invece, il discorso prende una direzione diversa.

benedetto alessandro di santo e un pugliese in terra pontina

Alla domanda su quale sia il momento della giornata che preferisce, la risposta arriva senza esitazioni: il silenzio del ristorante prima dell'inizio del servizio.

Un'immagine semplice ma molto concreta. La sala ancora vuota, i tavoli pronti ad accogliere gli ospiti, le luci accese e la sensazione che la giornata debba ancora cominciare.«L'odore e il silenzio del ristorante fermo. È una cosa che adoro. È come rientrare a casa dopo tanti giorni fuori.

È una risposta che racconta molto del suo modo di vivere la professione. Prima della frenesia del servizio esiste un tempo fatto di osservazione e concentrazione.

Un passaggio necessario che permette di entrare gradualmente nel ritmo della cucina

.Pochi minuti dopo arrivano i rumori delle attrezzature, i movimenti della brigata e le preparazioni.

Ma quel momento iniziale conserva un valore particolare.Lo chef lo paragona a ciò che accade in teatro prima che si alzi il sipario. Un'attesa breve, ma fondamentale Il rapporto con il territorio.

uno dei piatti di benedetto alessandro di santo

Nel corso della conversazione emerge anche il legame con la città in cui è cresciuto.Un rapporto che non si manifesta attraverso richiami espliciti o operazioni nostalgiche, ma che continua a influenzare il suo modo di osservare il mondo e di costruire la propria identità professionale.

La storia personale, i luoghi frequentati e le abitudini quotidiane diventano parte del bagaglio di ogni cuoco. A volte entrano nei piatti in modo evidente, altre volte restano sullo sfondo, contribuendo a definire una sensibilità.Un invito a rallentareQuando si parla dell'esperienza che desidera offrire agli ospiti, Benedetto Alessandro Di Santo utilizza parole che ruotano attorno a concetti semplici: calma, intimità e fiducia.

L'idea non è quella di costruire una cucina pensata esclusivamente per stupire, ma di creare un luogo nel quale le persone possano concedersi il tempo necessario per vivere il momento della tavola.Un approccio che riflette anche il carattere del territorio da cui proviene e che invita gli ospiti a rallentare il ritmo, lasciandosi guidare dal percorso proposto dallo chef.

benedetto alessandro di santo a lavoro

La terza puntata di A tavola con uno chef racconta proprio questo: il valore di ciò che accade prima del piatto.Perché dietro ogni servizio non esistono soltanto tecnica, organizzazione e lavoro.

Esistono anche silenzi, ricordi, abitudini e gesti quotidiani che contribuiscono a definire l'identità di una cucina e della persona che la guida.

✍️ unpuglieseinterrapontina – critico enogastronomico

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